Il linguaggio

Maggio 4th, 2008

Il linguaggio è il mezzo di comunicazione tipicamente umano che si avvale di simboli grafici, convenzionali, orali e mimici. L’uomo è un insieme: il linguaggio è una parte di un insieme che si muove o che sta fermo. Il linguaggio assolve a due competenze: comunicativa, cioè serve a comunicare; simbolica, cioè il pensiero è in grado di elaborare simboli. Ovviamente, da questo punto di vista c’è un nesso fortissimo con il pensiero. Vediamo il rapporto tra il pensiero e il linguaggio. Il pensiero è il linguaggio (concetto di Skinner); secondo altri il pensiero dipende totalmente dal linguaggio (ad esempio il bene : utilizzo l’articolo il per esprimere una idea, un concetto); il linguaggio dipende dal pensiero (J.Piaget); linguaggio e pensiero sono funzioni autonome (autori sovietici); il linguaggio è un processo cognitivo; il linguaggio ed il pensiero sono costruiti socialmente e sono separabili solo funzionalmente. Un elemento che caratterizza il linguaggio è il numero limitato di suoni (fonemi-lettere) che attraverso regole di trasformazione formano infinite frasi, infinite parole, le quali risultano essere invenzioni umane che vengono modificate arbitrariamente. Secondo Skinner sono gli adulti che danno significato a ciò che il bambino dice e/o fa. Secondo Chomsky nei bambini c’è una componente di linguaggio fortissima, di esecuzione e competenza. I bambini infatti hanno un ipercorrettivismo. L’esempio ci è fornito in proposito dalla coniugazione di verbi irregolari (andare: il bambino dirà io ando, ecc.) e poi sono gli adulti che correggono l’ipercorrettivismo dei bambini. Il linguaggio, in particolare, si organizza in una semantica ed una sintassi. La semantica è l’insieme delle parole, la sintassi è l’insieme delle regole. Il linguaggio può inoltre essere di tipo verbale ed analogico (esempio dire Brutto, Brutto, Brutto!!! il concetto, detto in forma decodificata, esprime tutto l’opposto). Dietro il linguaggio che abbiamo descritto ci sono le regole e la competenza umana. Gli stadi evolutivi del linguaggio sono i seguenti: acquisizione, ove caratteristica è la lallazione, l’interesse per l’intonazione e la costruzione di regole(ipercorrettivismo); poi c’è la comprensione, il riuscire a percepire la differenza tra tutto e tetto, quindi livello percettivo, semantico, sintattico, pragmatico, parole costruite o sentite, il principio di realtà e di cooperazione che presuppongono la volontà di comunicare e di comprendersi; successivamente a queste fasi c’è la produzione, ossia la pianificazione del discorso, della frase, da cui si sviluppa la memoria semantica cioè il lessico (organizzazione dei significati delle parole) e l’enciclopedia (formazione, organizzazione, rapporti relativi ai concetti). Articolo scritto dal Dott. Andrea Galiano (copyright).

L’attitudine

Aprile 27th, 2008

Premetto che il seguente articolo ha una finalità puramente descrittiva del significato oggettivo dell’attitudine: è la predisposizione innata che si sviluppa e si perfeziona con l’esercizio, fino al punto di divenire un’abilità. Le attitudini hanno un significato essenzialmente pratico in quanto fanno sentire la loro presenza nelle differenze di rendimento da un individuo all’altro. Le attitudini esprimono la possibilità di lavoro del soggetto, la predisposizione a realizzare qualcosa in forma efficiente. Le vere attitudini sono spontanee, precoci, durevoli e preesistenti all’esercizio. Basti pensare a Mozart e a Giotto, esempi di precocità eccezionali. Wolfgang Amadeus Mozart, ottimo musicista, compositore e violinista, a quattro anni già traeva profitto dalle lezioni del padre e a sei anni scriveva le sue prime composizioni per clavicembalo. A quattordici anni è già celebre come acclamato esecutore, noto per la straordinaria qualità di improvvisatore e che ha al suo attivo numerose composizioni, tra le quali alcune sinfonie, parecchie sonate e cantate. Globalmente la sua imponente produzione, stimata il oltre settecento numeri, comprende la musica sacra, la musica strumentale e da camera, opere nei diversi generi. Giotto, pittore, appena sedicenne abbandonò la professione di lanaiolo, come il padre, per entrare a Firenze nella bottega di Cimabue: leggenda è quella relativa al maestro che scopre l’allievo intento ad incidere su di un masso i profili delle pecore da lui condotte al pascolo. Le attitudini sono anche ereditarie e si trasmettono di generazione in generazione attraverso lunghe discendenze di pittori, di musicisti e di scienziati, di rendimento sempre superiore alla norma. L’alunno dotato di spiccata attitudine per la matematica la rivela sin dai primi giorni di scuola. La tendenza, una volta accertato il talento, è quella di definirlo come un’abilità cognitiva. Ci sono attitudini che si perdono se non vengono coltivate ma queste, più che attitudini, sono abilità acquisite faticosamente nel corso dell’esperienza. Le attitudini possono restare in latenza durante tutta la vita, quando vengono a mancare le possibilità pratiche di espressione, però se riescono a manifestarsi e ad evolversi naturalmente, anche con l’aiuto dell’esercizio e dell’educazione, divengono capacità più o meno notevoli a seconda del grado attitudinale. Certi aspetti del carattere e del temperamento a volte sono controindicati anche di fronte ad attitudini elevate. E’ necessario tenere separati questi due aspetti, cioè quello del carattere e del temperamento, che sono le facce diverse di una stessa medaglia: la personalità. Non si diventa irascibili, si nasce irascibili: il temperamento è un qualcosa con il quale si viene al mondo (esempio …è di temperamento ansioso). Il carattere invece è plasmato dall’ambiente: possiamo parlare pertanto di carattere leale, franco e sincero. Le componenti temperamentali possono essere modificate da date malattie. L’indagine attitudinale e l’indagine caratterologico/temperamentale sono intimamente connesse perché si arricchiscono, si completano, si confermano e si definiscono reciprocamente. Le attitudini esprimono la potenziale capacità che rende un soggetto adatto ad una determinata attività. Le attitudini non hanno vita autonoma: sono generalmente formazioni assai complesse, che non sfuggono all’influenza di altri caratteri attitudinali e dei processi coscienti ed incoscienti. Le attitudini si identificano con ogni caratteristica individuale considerata in rapporto predittivo al rendimento e costituiscono un sistema di forze interne che implica una migliore possibilità di riuscita in certe attività fisiche e psichiche. All’uopo definiamo le attitudini fisiche, ossia capacità sensoriali e motorie tra cui ad esempio posso citare la coordinazione di movimenti, la resistenza fisica. Tali attitudini raggiungono la massima espressione ai venti, venticinque anni di età. Le attitudini psichiche sono disposizioni a facoltà mentali come la memoria, la capacità analitica, sintetica, intuitiva, artistica. Tali attitudini hanno maggiore durata e declinano statisticamente verso i sessanta anni di età del soggetto.
Articolo redatto dal Dr.Andrea Galiano

Corriere del Giorno spettacoli 14 agosto 2001

Aprile 26th, 2008

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Vincitore del Premio Nazionale i Fiumi di Venezia 2001 

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Memoriale

Aprile 19th, 2008

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Il mio portale si informa al pieno rispetto dei principi di uguaglianza, giustizia e libertà promulgati nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (ONU) con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che all’articolo 27 recita : Ogni individuo ha diritto a prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, a godere delle arti e a partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici. Dott. Andrea Galiano

 

Accrescimento culturale per il dopodiscoteca

Aprile 19th, 2008

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 Tutti gli esseri viventi hanno messo a punto un proprio codice comunicativo che risulta essere particolarmente evoluto nell’uomo, nel quale le diverse forme del linguaggio si riportano al 4° stadio evolutivo di sviluppo dello stesso, lo sviluppo della selezione-astrazione e della memoria semantica, ove il linguaggio e la sua padronanza sono in grado di far comunicare nelle forme concettuali. Nella sua definizione, il linguaggio è il mezzo di comunicazione, tipicamente umano, che si avvale di simboli grafici, convenzionali, orali e mimici. Il linguaggio assolve a due competenze: la competenza comunicativa (cioè serve a comunicare), la competenza simbolica (cioè è in grado di elaborare simboli). Parallelamente allo sviluppo del linguaggio, acquista particolare importanza, già dalle prime fasi di sviluppo del neonato, il suono nello stadio evolutivo della acquisizione, con la lallazione. Il neonato riesce a comunicare con il suono! Ciò vuol dire che la comunicazione sonora, presente in modo potenziale nelle prime fasi della vita umana, abbia uno sviluppo graduale e sia in grado di favorire la percezione umana. Oltre al linguaggio parlato, c’è un tipo di linguaggio espresso attraverso i suoni in sequenza, che dir si voglia musicale: una bella canzone melodica ascoltata in radio, che può dare a chi la ascolta una sensazione di distensione, oppure un brano rock che stimola impulsi di tipo disinibitorio, che senza ombra di dubbio non verrebbero espressi, se non in  parte, dalla se pur accurata lettura interpretativa del brano stesso. Ne scaturisce che il funzionamento mentale delle singole persone possa essere messo in relazione col linguaggio musicale, in quanto questo tipo di linguaggio favorisce la strutturazione di pensieri e associazioni nell’individuo. Diverse sono le riflessioni teoriche fatte in tal senso. Tra gli argomenti trattati negli ultimi decenni di ricerca sul linguaggio dei suoni, ricordiamo: l’analogia tra la struttura plurivocale della musica (ad esempio i cori) ed alcune caratteristiche dello stesso funzionamento psichico; l’analisi delle relazioni tra il pensiero musicale e il pensiero verbale; gli aspetti che l’elemento sonoro apporta attraverso l’utilizzo, in ambito relazionale e comunicativo, della scappatoia della sensorialità. Sono del parere che la composizione e la creatività di un brano a livello mentale sia l’espressione stessa del funzionamento intrapsichico, che conferisce una precisa valenza ad ogni singolo suono. In musica, quasi per incanto, le sette note naturali con una interconnessione straordinaria sono in grado di produrre una serie di armonie, melodie, atmosfere le più diversificate. Non sto qui a dare la definizione accademica di armonia e melodia, che spingo il lettore a ricercare sui più illustri testi di teoria da conservatorio. Mi soffermo invece ad esprimere il modo con cui un giro armonico, impresso con ciclicità nell’animo umano, sia in grado di far penetrare ed amplificare nell’ascoltatore, i sentimenti che il compositore ha inteso esprimere. Quarant’anni fa, il dottor Jacques Jost sperimentò l’ascolto di brani musicali e la sua materializzazione attraverso la registrazione elettroencefalografica. Anche questo ricercatore è dell’idea che l’armonia musicale agirebbe come per osmosi sull’organismo, armonizzando corpo e anima contemporaneamente.Recentemente si osserva qualche caso di risveglio da coma, dopo che il paziente sia stato sottoposto ad ascolto di registrazioni di brani musicali. Durante l’Ottocento, il professor Pinel, direttore in Francia dell’istituto di igiene mentale della Salpetrière, sperimentò nella cura dei pazienti metodi quasi rivoluzionari: in particolare egli rappresentò il caso di un malato che guarisce dopo aver riscoperto il suono del proprio violino! Con i comportamentisti capeggiati da Watson (fine ‘800), la musica fu introdotta con il proposito di costituire un rinforzo positivo, e quando sottratta un rinforzo negativo. Questa modalità di intervento è utilizzata ancora oggi in Gran Bretagna come tecnica di condizionamento di bambini psicotici. Per quanto riguarda gli studi operati da Sigmun Freud, la riflessione psicoanalitica non trova applicazione nella musica come per il sogno, anche se la scoperta dell’inconscio ha portato Freud ad interrogarsi sul senso delle creazioni musicali, quale manifestazione delle risorse pulsionali e dell’attività creatrice all’interno  dell’equilibrio psichico. Gli studi psicoanalitici si sono orientati così a comprendere le funzioni che il pensiero musicale svolge nell’organizzazione mentale e la questione relativa al valore affettivo dei modi musicali. Per tali motivi gli psicoanalisti si sono interessati più alla creazione dell’opera ed al suo rapporto con il compositore, in modo da oggettivarne l’analisi biografica. Eysenck all’inizio del secolo ha cercato di analizzare con metodologie scientifiche e con tecniche di sostegno tutti i fattori che intervengono negli elementi caratterizzanti la personalità: da questo punto di vista la musica svolge un ruolo gratificante. Il potere terapeutico della musica è stato sperimentato sulla nevrosi, sulla psicosi, sulle patologie psicosomatiche, sull’autismo, sugli stati deficitari, alcolismo, tossicomania, sordità, handicaps psichici, disadattamento sociale, preparazione psichica agli stadi terminali di malattie incurabili. Tra le recenti trovate a livello mondiale, definibili come tecniche psicomusicali, cioè metodiche di impiego della musica che non rientrano nè in ambito pedagogico nè in un contesto psicoterapeutico, ricordiamo la distensione psicomusicale, l’espressione corporea abbinata alla musica, ed infine la musica funzionale da sottofondo studiata per favorire gli acquisti all’interno dei grandi magazzini e per ridurre il grado di angoscia negli ascensori, nelle stazioni della metropolitana, nelle sale d’attesa o al telefono. Come si intravede dai passi significativi precedentemente esposti, gli orientamenti attuali sono quelli di dare una valenza scientifica al vissuto sonoro, cercando di superare la dimensione per così dire magica, per approdare ad una dimensione sperimentale. Qualche anno fa, in un simposio internazionale si considerò che il vissuto sonoro agevola i processi creativi conducendo alla maturazione del Sè, sviluppando la capacità e la volontà di utilizzare le potenzialità individuali per un personale benessere nei campi quali l’indipendenza, la libertà di cambiamento, l’adattabilità, l’equilibrio e l’integrazione. Attraverso gli elementi musicali, ritmo armonia e melodia, si possono sviluppare delle relazioni esistenziali che portano la qualità della vita ad un ottimo livello. Il potere terapeutico del vissuto sonoro è stato constatato nel corso dei secoli ed utilizzato in tutte le culture: due sono i prototipi culturali ai quali fare ancora oggi riferimento e cioè il genere catartico e il genere sedativo. Il primo prototipo culturale, catartico, che possiamo trovare al giorno d’oggi nelle discoteche e nei concerti rock, ha un provato effetto gratificante e disinibitorio sull’organismo. E’ particolarmente diffuso tra i giovani che affollano le discoteche il sabato sera e che sembrano prediligere in questi ultimi anni generi nascenti poveri di espressione melodica ma ricchi di ritmo. Infatti è molto diffuso che in discoteca si ballino composizioni con in primo piano esecuzioni a carattere tribale, ove primeggia in modo grezzo e disinibitorio l’ordine di movimento che in altri termini ho definito quale ritmo. Il secondo prototipo culturale, quello sedativo, è indicato per controllare, guidare le emozioni e calmare le passioni. All’uopo ritengo che la nuova generazione stia pian piano riscoprendo anche le dolci composizioni sinfoniche, la musica d’orchestra e le esecuzioni del genere classico lirico.Tali constatazioni ci portano ad osservare come in questo contesto emerga il rapporto primario del bambino con la propria madre: infatti la stimolazione, la eccitazione e la sedazione si riportano ai primi scambi corporei pulsionali affettivi del neonato, regolando gli stati di benessere e malessere, prima ancora di qualsiasi altra forma di espressione verbale. Nonostante tali considerazioni sul ruolo gratificante del vissuto sonoro e sul provato effetto disinibitorio del genere catartico delle discoteche, si assiste frequentemente al verificarsi di incidenti automobilistici e a trasmissioni di notizie radio del tipo “…ore 3.00, scontro frontale sulla statale per Venezia tra due autovetture. Muoiono cinque persone. Le vittime, tutti giovani di età compresa tra i diciotto e i ventidue anni, rientravano da una serata trascorsa in discoteca”. Le responsabilità sono da ricercarsi nel modo con cui viene gestita la serata da taluni giovani nelle discoteche: serata da sballo e uso di droghe. Potrebbe peraltro trattarsi di una maturata postura del dopodiscoteca, caratterizzata da una semplice riduzione dei riflessi alla guida, derivata dalla prolungata esposizione al vissuto sonoro catartico nelle discoteche! Il fenomeno delle sciagure automobilistiche nelle nottate del dopodiscoteca è di attualità: sarebbe però auspicabile che non si costruiscano in merito castelli di sabbia a carattere pontificatorio. Ipotizzando inoltre rigorose misure per prevenire le inadeguate condotte alcolistiche e tossicologiche, ritengo peraltro sia opportuno che coloro che praticano tali ambienti da ballo catartico non si espongano per molte ore e quindi per tempi prolungati ai ritmi cadenzati e particolarmente assordanti, ma facciano delle discoteche un adeguato uso e costume che rientri nei valori e nei concetti genuini del vivere insieme, quale buon auspicio per tutti i giovani del XXI secolo.

Un Grande nella storia dell’umanità

Aprile 19th, 2008

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Giovanni Paolo II è il 264° Papa (263° Successore di Pietro). Karol Józef Wojtyla , eletto Papa il 16 ottobre 1978, nacque a Wadowice, città a 50 km da Cracovia, il 18 maggio 1920. Era il secondo dei due figli di Karol Wojtyla e di Emilia Kaczorowska, che morì nel 1929. Suo fratello maggiore Edmund, medico, morì nel 1932 e suo padre, sottufficiale dell’esercito, nel 1941. A 9 anni ricevette la Prima Comunione e a 18 anni il sacramento della Cresima. Terminati gli studi nella scuola superiore Marcin Wadowita di Wadowice, nel 1938 si iscrisse all’Università Jagellónica di Cracovia. Quando le forze di occupazione naziste chiusero l’Università nel 1939, il giovane Karol lavorò (1940-1944) in una cava ed, in seguito, nella fabbrica chimica Solvay per potersi guadagnare da vivere ed evitare la deportazione in Germania. A partire dal 1942, sentendosi chiamato al sacerdozio, frequentò i corsi di formazione del seminario maggiore clandestino di Cracovia, diretto dall’Arcivescovo di Cracovia, il Cardinale Adam Stefan Sapieha. Nel contempo, fu uno dei promotori del “Teatro Rapsodico”, anch’esso clandestino. Dopo la guerra, continuò i suoi studi nel seminario maggiore di Cracovia, nuovamente aperto, e nella Facoltà di Teologia dell’Università Jagellónica, fino alla sua ordinazione sacerdotale a Cracovia il 1 novembre 1946. Successivamente, fu inviato dal Cardinale Sapieha a Roma, dove conseguì il dottorato in teologia (1948), con una tesi sul tema della fede nelle opere di San Giovanni della Croce. In quel periodo, durante le sue vacanze, esercitò il ministero pastorale tra gli emigranti polacchi in Francia, Belgio e Olanda. Nel 1948 ritornò in Polonia e fu coadiutore dapprima nella parrocchia di Niegowic, vicino a Cracovia, e poi in quella di San Floriano, in città. Fu cappellano degli universitari fino al 1951, quando riprese i suoi studi filosofici e teologici. Nel 1953 presentò all’Università cattolica di Lublino una tesi sulla possibilità di fondare un’etica cristiana a partire dal sistema etico di Max Scheler. Più tardi, divenne professore di Teologia Morale ed Etica nel seminario maggiore di Cracovia e nella Facoltà di Teologia di Lublino. Il 4 luglio 1958, il Papa Pio XII lo nominò Vescovo titolare di Ombi e Ausiliare di Cracovia. Ricevette l’ordinazione episcopale il 28 settembre 1958 nella cattedrale del Wawel (Cracovia), dalle mani dell’Arcivescovo Eugeniusz Baziak. Il 13 gennaio 1964 fu nominato Arcivescovo di Cracovia da Paolo VI che lo creò Cardinale il 26 giugno 1967. Partecipò al Concilio Vaticano II (1962-65) con un contributo importante nell’elaborazione della costituzione Gaudium et spes. Il Cardinale Wojtyla prese parte anche alle 5 assemblee del Sinodo dei Vescovi anteriori al suo Pontificato. Dall’inizio del suo Pontificato, Papa Giovanni Paolo II ha compiuto 146 visite pastorali in Italia e, come Vescovo di Roma, ha visitato 317 delle attuali 333 parrocchie romane . I viaggi apostolici nel mondo - espressione della costante sollecitudine pastorale del Successore di Pietro per tutte le Chiese - sono stati finora 104. Tra i suoi documenti principali si annoverano 14 Encicliche, 15 Esortazioni apostoliche , 11 Costituzioni apostoliche e 45 Lettere apostoliche . Al Papa si ascrivono anche 5 libri : “Varcare la soglia della speranza” (ottobre 1994); “Dono e mistero: nel cinquantesimo anniversario del mio sacerdozio” (novembre 1996); “Trittico romano”, meditazioni in forma di poesia (marzo 2003); “Alzatevi, andiamo!” (maggio 2004) e “Memoria e Identità” (febbraio 2005). Il Santo Padre ha celebrato 147 cerimonie di beatificazione - nelle quali ha proclamato 1338 beati - e 51 canonizzazioni , per un totale di 482 santi . Ha tenuto 9 concistori , in cui ha creato 231 (+ 1 in pectore) Cardinali . Ha presieduto anche 6 riunioni plenarie del Collegio Cardinalizio. Dal 1978 fino alla sua morte, ha convocato 15 assemblee del Sinodo dei Vescovi : 6 generali ordinarie (1980, 1983, 1987, 1990; 1994 e 2001), 1 assemblea generale straordinaria (1985) e 8 assemblee speciali (1980, 1991, 1994, 1995, 1997, 1998 [2] e 1999). Nessun Papa ha incontrato tante persone come Giovanni Paolo II: alle Udienze Generali del mercoledì (oltre 1160) hanno partecipato finora più di 17 milioni e 600mila pellegrini , senza contare tutte le altre udienze speciali e le cerimonie religiose [più di 8 milioni di pellegrini solo nel corso del Grande Giubileo dell’anno 2000], nonché i milioni di fedeli incontrati nel corso delle visite pastorali in Italia e nel mondo; numerose anche le personalità governative ricevute in udienza: basti ricordare le 38 visite ufficiali e le altre 738 udienze o incontri con Capi di Stato , come pure le 246 udienze e incontri con Primi Ministri.

Ciao Taranto!!!

Aprile 6th, 2008

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Da oltre vent’anni, per motivi professionali, vivo lontano dalla mia città. Dal mio portale saluto tutti quelli che mi vogliono bene e tutti i concittadini di Taranto.

Ciao mondo!!!

Aprile 6th, 2008

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Benvenuto. Questo è il mio blog, dal carattere prettamente culturale ed orientato alla trattazione degli argomenti afferenti alle Scienze Umane, con particolare riferimento alla pedagogia, alla sociologia, alla comunicazione e al counseling. Un saluto a tutti i visitatori, internauti mondiali, dal Dottor Andrea Galiano.

Il counseling

Aprile 6th, 2008

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Il Counseling è un processo di apprendimento che affronta in modo organico problemi sociali, culturali e/o emozionali ed avente come obiettivo quello di fornire ai clienti un’opportunità di lavoro su se stessi nell’ottica di raggiungere maggiori risorse e ottenere una maggiore soddisfazione come individui e come membri della società.Confortato dall’indirizzo umanistico di Carl Rogers dell’Università di Chicago, da me utilizzato in ambito professionale quale attività colloquiale centrata sulla persona, posso definire il counseling una attività di competenza relazionale attraverso mezzi comunicazionali  per agevolare l’autoconoscenza, con la consapevolezza e lo sviluppo ottimale delle risorse personali per migliorare il proprio stile di vita in modo più soddisfacente e creativo : la persona che sente il bisogno di essere aiutata rispetto alla soluzione di un problema specifico si rivolge ad un operatore d’aiuto, il counselor, preparato all’ascolto e al sostegno.L’implicazione della relazione è “aiutare ad aiutarsi”. In sostanza il counselor ha la funzione di catalizzatore di avvenimenti interni e non di sostituto di capacità mancanti. Da ciò evinco il significato profondo del counseling : “aiutare ad aiutarsi attraverso la relazione”.Per “aiutare attraverso la relazione” il counselor deve “essere in relazione”, ovvero stare sotto lo stesso orizzonte degli eventi esperienziali del cliente.Professionalmente si sottolinea che il counselor ha un ruolo ben definito e non è uno psicoterapeuta, né un consulente esperto di comunicazione. Nell’attribuire la giusta importanza alla confidenzialità del ruolo, il counselor ascolta tutto ciò che la persona ha da dire, restando calmo e padrone di sé, considerando il counseling come un processo disciplinato e utile perché la persona possa prendere da sola le sue decisioni. In relazione a ciò lo scrivente, dal punto di vista pragmatico professionale e del proprio orientamento umanistico, evidenzia l’importanza dell’ascolto dell’interlocutore: - ascoltare quanto viene detto; - ascoltare quanto non viene detto; - ascoltare quanto non può venir detto. Ascoltare efficacemente vuol dire sentire e selezionare le informazioni dell’interlocutore, dare loro significato, determinare le proprie sensazioni nell’ottica della decodificazione e comprensione di ciò che è stato detto. Tale importante chiave di lettura dell’attività di ascolto definisce appieno il quadro dell’attività del counseling, al fine di dare all’utente l’opportunità di affrontare, scoprire e rendere più chiari i modi di vivere più adeguati per giungere al proprio benessere. Il successo di tale attività sta proprio nel portare la persona che si sta aiutando a scorgere la soluzione al proprio disagio, a conquistare sufficiente sicurezza per scegliere l’alternativa più valida a prendere una decisione, al conseguente ripristino dell’autostima ed all’alleggerimento, almeno parziale, del fardello alle sue spalle.Quanto alle conseguenze tra il sapere e il saper fare premetto che il primo colloquio e i primi momenti del counseling sono i più delicati in quanto mi manca la conoscenza della persona, ovvero del suo modo di operare con i problemi, i suoi vissuti emotivi, le tracce di storia familiare. Premetto inoltre che, in alcune circostanze, un unico colloquio di counseling possa essere efficace per sollecitare il soggetto alla soluzione più adeguata del suo disagio. Ritengo infatti che nella relazione non direttiva tra counselor e persona sia quest’ultima a condurre e a proporre il terreno di confronto su cui si ricercherà la strada ottimale, ma anche il counselor trasmette al soggetto uno spazio in cui poter essere libero di aprire la comunicazione e parlare liberamente delle sue emozioni e dei suoi sentimenti senza intrusioni e giudizi. A titolo di esempio professionale, mi sovviene alla mente un caso limite, un incontro di counseling da me effettuato con successo e del quale conservo un buon ricordo, modello significativo per le successive esperienze e per connotare la professionalità del counselor al fine di non fare confusione con altre professionalità. Nella trattazione utilizzo il presente storico per meglio dettagliare l’incontro ed ometto tutte le informazioni che permettano l’individuazione della persona, che presenta nomi di fantasia. Nel periodo di dicembre del 1997 si rivolge direttamente per un incontro, il martedì mattina, un giovane di nome Marco. Ha ricevuto indicazione di chi sono e dove trovarmi dalla bacheca dell’azienda dove lavora. E’ un giovane di 21 anni che incontro per la prima volta: rappresenta di voler confidare solo a me circa il fatto di essere stato in coma anni addietro a causa di un incidente stradale: avverto però che ciò che mi sta dicendo non è il problema principale, ma qualcos’altro che non mi ha ancora comunicato. Valuto quindi in silenzio di aspettare che la persona mi fornisca altre notizie. E’ imbarazzato e manifesta un disturbo dell’eloquio, parallelamente ad uno stato di agitazione generalizzata. Il suo sguardo ed il portamento fisico trasmettono inoltre un abbassamento del tono dell’umore. Riferisce, aprendosi, di non essersi adeguatamente adattato alla vita lavorativa, di non riuscire a socializzare con i coetanei e, di conseguenza, si isola ripetutamente. Parla a bassa voce affermando che ha sempre avuto problemi a comunicare a causa della sua balbuzie, sia in ambito familiare che tra amici. Racconta che i suoi genitori sono sempre al lavoro e che peraltro in casa non si parla molto. Mentre offro l’intervento di counseling mi pongo su tre livelli di “ascolto” :a)        il primo è di natura oggettiva, cioè seguo il narrare dei contenuti che delineano il tema-problema e che rivelano gli stimoli di sensibilità che sollecitano il soggetto. Focalizzo l’attenzione sulle precedenti esperienze: Marco mi riferisce, compiuti 18 anni, di essere stato giudicato non idoneo ad un concorso di lavoro per “note di fragilità ansiosa con lieve balbuzie psicogena”. Le sollecitazioni degli stimoli sono da me tradotti in significati, idee e rappresentazioni, ponendomi sempre in atteggiamento empatico con il soggetto, che è curato nell’aspetto e nell’abbigliamento, risulta affettivamente inibito (non ha la ragazza), appare incapace di controllare l’ansia in modo costruttivo ed integrativo;b)        il secondo livello è l’ascolto del significante soggettivo alle sollecitazioni prodotte, cioè al conflitto emotivo presente e manifesto della persona. Il soggetto presenta irrequietezza motoria (si stropiccia continuamente le mani); l’eloquio è ripetitivo, a tratti povero di contenuto, polarizzato alla ricerca di rassicurazione;c)        il terzo livello di ascolto è rivolto al mio sentire interno, cioè alla capacità di entrare in contatto con lo stato soggettivo dell’altro, cioè l’immedesimazione emotiva alle sensazioni che Marco sta riponendo dentro di me e ciò mi aiuta a capire sostanzialmente come lui colloca il suo bisogno emotivo-affettivo. Il soggetto evidenzia una balbuzie situazionale, una ritenzione dell’atteggiamento non verbale. Il livello globale di consapevolezza e la capacità critica e di giudizio sembrano parzialmente compromessi. Gli chiedo cosa pensa di fare : risponde che sarebbe d’accordo nel provare a parlare con qualcuno, come è avvenuto oggi con me. Avverto il suo bisogno di aiutarsi e la possibilità e la voglia nel fare qualcosa per migliorarsi. Voglio ancora esplorare, questo suo aiutarsi.Rilancio il significato di come lui si aiuta- “Vuole raccontarmi, dal suo punto di vista, come stanno le cose?” -; risponde che utilizza un diario dove scrive le cose, gli comunico che è importante il diario perché permette di rileggere nel tempo le proprie emozioni, sentimenti, idee e fatti (Marco necessita di un percorso che gli permette di conoscersi meglio e percepisco in silenzio che non ha ancora realizzato aspetti sufficientemente consci del suo mondo interno).Gli comunico che lo sforzo fatto in questa seduta, è il primo passo per “salire una scala” in senso metaforico dell’equilibrio e del benessere: Marco ha appoggiato il  primo piede sul gradino di questa scala ed è riuscito a farlo. Ora è in grado di poter continuare con la guida di qualcuno. Rilancio chiedendogli con chi pensa di poterlo fare:  rivolge lo sguardo vigile, rispondendomi con uno psicologo! Pertanto gli indico che può rivolgersi al locale Consultorio Psicologico. Accetta.Prima di concludere l’incontro rinnovo la mia disponibilità, se lo ritiene opportuno, per un ulteriore incontro. Dopo alcuni giorni, accogliendolo spontaneamente in Ufficio mi comunica con soddisfazione di aver sostenuto due colloqui psicologici. Da allora non l’ho più rivisto, ma mi sono giunti risultati rassicuranti sul suo conto.Quanto agli aspetti deontologici, i counselors accettano un sistema comune di riferimento entro cui gestire le proprie responsabilità verso gli utenti, i colleghi ed i membri associati.

Dal punto di vista etico, i valori del counseling sono l’onesta, l’imparzialità ed il rispetto : tutti i provvedimenti presi nel counseling sono necessari sia alla difesa dell’utente (quali ad esempio la riservatezza atta a garantire sicurezza e privacy), sia a sviluppare le proprie competenze ed agire entro i limiti da esse imposti.  Il lavoro del counselor, a differenza di quello dello psicologo, si orienta non sulla patologia ma sulla parte sana della persona,  il suo intervento non ha finalità di riadattamento o ristrutturazione della personalità, ma dà la possibilità di risolvere una difficoltà relazionale in ambito famigliare, lavorativo o altro che abbia il carattere della transitorietà, che sia cioè legata alle vicissitudini della vita, come lutti, separazioni, ma anche cambiamenti di lavoro, di casa, di città. Farà partire il cliente da quelle che sono le sue risorse intrinseche, aiutandolo a individuarle, a portarle alla luce e ad attingervi.

 

Spunti di riflessione sul significato dell’educazione, della comunicazione, della relazione e della fiducia

Aprile 4th, 2008

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Tra i vari argomenti di valore aggregativo, sono pregnanti quelli riferiti all’educazione e alla fiducia nell’altro. Il presente approfondimento può tornare utile alla riflessione ed alla autoeducazione.Si può utilizzare la metafora del viaggio per parlare dell’educazione e degli argomenti connessi all’educazione, come quelli della comunicazione e della relazione.L’educazione può essere definita come viaggio interiore, ma anche esteriore,un viaggio punteggiato di incontri, un viaggio punteggiato di avventure dove il caso e la necessità interagiscono, ed è un viaggio verso l’altro.L’educazione è intessuta intimamente dei rapporti tra la comunicazione e la relazione. L’educazione può essere considerata una metafora. Che cos’è una metafora? E’ un concetto fatto di immagini o un’immagine che possiede dentro di sé un concetto. Tra educazione e viaggio c’è una fortissima interazione: il viaggio è intessuto di nostalgia, di paura e di curiosità e, dovendo parlare del viaggio e dell’educazione, viene in mente una poesia del poeta greco moderno Kostantin Kavafis, intitolata ITACA, in cui si parla di un viaggiatore per antonomasia, si parla di Ulisse, e Itaca è la piccola isoletta di cui Ulisse era il sovrano e che lascia per andare a combattere la Guerra di Troia e che ci mette 10 anni in una Odissea prima di tornare ad Itaca. Il viaggio, dice Kavafis, è sempre un ritorno: si parte per poi tornare a riattingere le origini. In fondo se c’è un viaggio ha anche un ritorno, si ritorna all’infanzia, al luogo delle origini, dove noi riattingiamo costantemente le nostre energie. PERCHE’ SI VIAGGIA?  PERCHE’ CI SI EDUCA? Platone affermava che l’essere umano è un essere irriducibilmente inquieto che è fatto di ciò che ha e di ciò che gli manca: anche ciò che gli manca in qualche maniera lo possiede; lui ha dimenticato una patria, l’ha perduta ma non se ne è completamente dimenticato, non sa bene quale sia ma la va ricercando.Nell’essere umano c’è questa inquietudine, c’è questa divina scontentezza e ciò gli ha permesso di evolversi,di scoprire.Tanti autori hanno dimenticato la via: “mettetevi in viaggio” come proferito da Gesù Cristo, da San Francesco, grandi educatori dell’umanità, grandi profeti che hanno detto all’uomo “non sederti”, non sedentarizzare il tuo cuore, la tua mente, ma scegli la strada, “cammina” perchè le nostre gambe non sono fatte per sedersi sopra, ma sono fatte per camminare. Riprendendo la domanda : Perché si viaggia? C’è si questa inquietudine, ma ci sono anche ragioni di tipo antropologico, in quanto noi siamo stati cacciatori e raccoglitori nomadi: diffuso era pertanto il nomadismo. Ci siamo sedentarizzati con l’invenzione dell’agricoltura pressappoco 8000 anni fa con il passaggio dal mesolitico al neolitico: l’uomo si è legato all’addomesticazione delle piante, degli animali, alla costruzione di città e dentro di noi c’è questa nostalgia, questa inquietudine che è tipica di un essere nomade.  L’essere umano è fatto di ciò che egli ha e di ciò che gli manca, che lo intenziona, lo possiede paradossalmente ad essere aiutato a conquistarlo, quindi l’educazione è un viaggio e si viaggia perché nell’essere umano ci sono queste dimensioni che sono appunto l’inquietudine metafisica e di un essere che è stato nomade per tanto tempo. Questo viaggio ha come termine “l’altro”: la relazione con l’altra persona; la relazione educativa è una relazione comunicativa, per cui l’argomento correlato a questa riflessione è il rapporto tra comunicazione e relazione. RAPPORTO TRA COMUNICAZIONE E RELAZIONE Premesso che la speranza e la responsabilità possono essere considerati i principi fondanti della relazione umana, e di conseguenza della comunicazione e del rapporto educativo, la speranza rappresenta la fiducia nel futuro, nella possibilità di conseguire il risultato atteso. La responsabilità conferisce concretezza alla speranza perché trasforma l’azione in impegno di cui il soggetto si fa carico. La comunicazione e la relazione sono un presupposto della Educazione, cioè non ci può essere educazione senza relazione interpersonale e questa relazione interpersonale non ci può essere senza comunicazione.MA la Educazione non può essere ridotta alla semplice comunicazione: la comunicazione è un presupposto, anzi possiamo dire che l’educazione è la forma più alta di comunicazione.Quando due persone comunicano, entrano in interazione e si modificano l’un l’altro. Grazie a questo incontro educativo abbiamo la più alta forma di comunicazione che, però, consiste in un miglioramento reciproco: io ricevo dall’altro quello che l’altro mi può dare, ma questo altro è indispensabile per diventare me stesso: qualcosa che viene da fuori di me è indispensabile per diventare me stesso [è quello che in altre occasioni abbiamo chiamato il rapporto tra educazione e autoeducazione], cioè l’elemento che viene dall’esterno diventa indispensabile per la costruzione dell’interno. E’ indispensabile pertanto parlare della tematica della comunicazione, che è una tematica interdisciplinare interessante: la comunicazione e la relazione interpersonale sono eterni problemi ritornanti, cioè sono problemi che non possono essere risolti una volta per sempre, sono problemi decisivi per la convivenza a tutti i livelli ma non possono essere risolti definitivamente perché dentro la comunicazione e dentro la relazione c’è l’essere umano, questo essere imprevedibile e non banale. Un esperto del modo di vivere non c’è: rimaniamo dei dilettanti. Habermas sostiene che “non ci può essere una scienza dell’intesa”, cioè è una scommessa eternamente ricominciata, ma d’altra parte intendersi è sempre possibile, è sempre possibile aiutarsi a comunicare e allora il problema della comunicazione e della relazione oscilla tra queste due tesi :1.       NON ESISTE UNA SCIENZA DELL’INTESA, esiste sempre un problema di comunicazione che rimane un problema aperto; 2.       NON CI PUO’ ESSERE UNA BUONA COMUNICAZIONE SE NON C’E’ LA FIDUCIA. La fiducia è pertanto il prerequisito di una buona comunicazione, una buona relazione di tipo educativo. E’ il prerequisito in quanto ci deve essere un’intesa a livello educativo. Ora, alla domanda l’uomo è fatto per la relazione ?-          La risposta è plurima: ci sono autori e tante prove che sostengono che l’uomo è fatto per la relazione.-          Una definizione l’ha data un poeta latino che si chiamava Marziale, in un famoso epigramma quando scrive : “Nec tecum, nec sine te vivere possum” (non posso vivere né con te né senza di te): questo significa che l’essere umano ha tendenze socievoli. Se vero è che l’uomo è un “animale socievole, ma con tendenze aggressive” e l’altro troppo vicino mi inquieta, si pensi ad esempio al prossimo troppo vicino in ascensore che alimenta un po’ questa tendenza aggressiva, il sintomo di avere a che fare con un essere imprevedibile e problematico che respira la mia stessa area ma del quale non so esattamente niente.  SI, noi siamo fatti per la relazione, siamo frutto di una relazione. Il famoso pessimista Schopenhauer ci parla dei due porcospini sorpresi fuori dalle tane nel pieno inverno: se stanno troppo vicini si pungono con i loro aculei, quindi devono trovare un equilibrio. In fondo l’educazione è un reciproco adattamento creativo con un rispetto dell’identità e dell’autonomia dell’altro. Secondo Schopenhauer la solitudine non è piacevole in quanto non siamo fatti per stare soli, ma quando “ci avviciniamo troppo ci pungiamo”. Per questo abbiamo bisogno di un reciproco adattamento creativo e dinamico. In principio era relazione ? SI, dal punto di vista biologico siamo frutto di una relazione, come diceva Schopenhauer “ho cominciato ad esistere da quando gli sguardi di mio padre e di mia madre si sono intrecciati per la prima volta”. Noi siamo quindi disposti alla relazione con l’altro, quindi ad accoglierlo in quanto siamo frutto di una relazione e quindi siamo dotati di pluralità. Come sostengono i filosofi dialogisti, primo fra tutti Martin Buber, non c’è un io senza un tu; Feuerbach parlava del co-uomo, cioè di essere con qualcuno, altrimenti io non so chi sono. Anche nella storia della Genesi all’uomo mancava qualcosa e allora fu creata la donna per completarlo: quindi si è fatti per la relazione. Altri autori, invece, sostengono che l’uomo è un essere diffidente, un essere solitario.  Nel testo “Pragmatica della Comunicazione Umana” di Watzlawick, appartenente ad un gruppo di ricercatori di Palo Alto negli anni 60, il primo assioma è che l’essere umano è destinato alla comunicazione, quindi siamo fatti per comunicare : l’uomo non può non comunicare. Ciò significa che ogni comportamento umano, nel momento in cui viene visto da un altro essere umano, immediatamente viene interpretato: “…non mi ha salutato l’altro, che cosa avrà voluto dire?”  Anche la mancanza di un saluto è un qualcosa che significhi qualcosa. Anche il comportamento silenzioso viene interpretato, in quanto ha un significato. L’uomo è dotato, come dicono i linguisti, di “onnipotenza semantica”: grazie al linguaggio verbale l’uomo esprime il passato, il presente, il futuro, ipotizza, mette al congiuntivo il mondo. Quindi l’uomo è fatto per la comunicazione. Da una parte non può non comunicare in quanto animale interpretante, dall’altro siamo animali verbalizzanti, cioè animali simbolici che hanno creato il mondo della cultura. L’uomo possiede due moduli comunicativi potentissimi: il linguaggio verbale e quello non verbale che lo possediamo soltanto noi. La comunicazione da una parte è inevitabile, dall’altra è improbabile perché non possiamo mai essere sicuri di essere capiti, quindi il dubbio mi attraversa, …che cosa capiranno gli altri di questo mio discorso. Il fraintendimento e l’inquietudine dell’incomprensione accompagnano sempre la comunicazione; è inevitabile perché anche il non detto è una componente fondamentale. La stessa sincerità, se pianificata, rende problematica la stessa relazione educativa, con conseguenze paradossali. L’educazione non contiene certezze, l’educazione contiene promesse, non si può mai essere certi degli esiti dell’azione educativa, perché se l’educazione avesse l’assoluta certezza del successo sarebbe addestramento. L’educazione ha a che fare con la responsabilità: non potendo controllare fino in fondo gli esiti dell’azione educativa ne siamo comunque  responsabili: educare significa diventare responsabili per sempre di ciò che si addomestica. Quindi, da una parte l’educazione non possiede certezze, non è sicura degli esiti, progetta, programma, pianifica; dall’altra parte però l’educazione deve saper fronteggiare questo problema: pertanto ognuno di noi, ogni educatore ne è comunque responsabile.Il termine responsabilità è un valore: è una finalità, una componente dell’educazione. L’educatore è responsabile delle conseguenze dell’azione educativa: “ma come! Da una parte non le controlla, dall’altra è responsabile”: l’educatore sta dentro questo paradosso. Ci sta ieri, c’è oggi, ci sarà domani.Il termine “RESPONSABILITA’” deriva dal latino “respondeo”, cioè ne rispondo delle conseguenze delle mie azioni, pur non potendo controllarle fino in fondo. Riassumendo:-          siamo partiti dalla trattazione che l’educazione sia anche un viaggio, interiore ed esteriore;-          gli esiti di questo viaggio sono rischiosi e problematici, ma indispensabili;-          il termine di questo viaggio è l’altro (essere umano, il nostro prossimo);-          questo “altro” è il nostro tu, quello enigmatico e indispensabile  per poter vivere, quello che genera i problemi della comunicazione e della relazione, che sono tesi da una parte dalla inevitabilità della comunicazione e dall’altra dalla improbabilità della comunicazione stessa;-          quanto sopra rende problematico il lavoro dell’educatore il quale, pur non avendo certezze è comunque responsabile delle conseguenze di ciò che accade ai suoi allievi: l’educatore è il custode responsabile della persona che ha educato, ne è responsabile per sempre, come in fondo i genitori verso i propri figli;-          la responsabilità è un valore unilaterale per certi versi: anche se un figlio può non accettare, rifiutare il proprio genitore come genitore, questi si sente comunque responsabile. Una volta messi al mondo, utilizzando una metafora, noi non potremo mai divorziare dai nostri figli, ne siamo comunque responsabili!!! Bibliografia – letture consigliate :·         Viaggio verso l’altro – Raniero Regni – Armando Editore Roma 2003;·         Pragmatica della comunicazione umana – Watzlawick Beavin D Jackson – Editrice Astrolabio Roma 1971.   (articolo redatto dal Dr. Andrea Galiano)